La Parola al Presidente: SPECIALE LOMBARDIA

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La Parola al Presidente:
SPECIALE LOMBARDIA

“Giovani, tenete gli occhi alti, guardate oltre!”
Intervista alla Presidente Grazia Vanni per AtleticaLeggera.org
 
a cura di Dea Cucciniello

Un’intervista ricca, competente e generosa quella che ci ha concesso Grazia Vanni, presidente del Comitato regionale Fidal lombardo. Una donna decisa e di carattere, forte di una carriera longeva e di esperienze polivalenti che l’hanno vista protagonista in tutti i settori legati alla passione atletica: insegnante di Educazione Fisica e docente Universitario a Scienze Motorie dell’Università Statale di Milano di Atletica e docente formatore del Ministero della Pubblica Istruzione. E, ancora, membro della Giunta Coni Regionale per la parte dei Tecnici e con il mandato sulla scuola dal 2010. Una lunga militanza nel Settore tecnico: nel 2012 si è chiuso il suo terzo mandato da Fiduciario Tecnico Regionale, mentre dal 2004 al 2008 è stata membro della Commissione Tecnica Nazionale. Tanta esperienza al femminile che si traduce in un impeto corposo di iniziative, in fattivo dialogo inter-istituzionale, in tanti progetti da scoprire e in un messaggio cruciali per i più giovani.

“Proveremo a fare qualcosa di grande per l’atletica lombarda” ha detto insediandosi. Lei è una docente universitaria per cui conosce bene il ruolo della sensibilizzazione e dell’alfabetizzazione ad un linguaggio specifico. La grandezza dell’atletica deve passare anche per un processo di migliore diffusione mediatica e informativa a suo avviso?

Secondo me c’è bisogno di una     visione migliore dell’atletica, che deve avere più immagine. Vivendo sia il mondo dello sport che quello della scuola mi rendo conto che i ragazzi sono più attratti dagli sport che danno maggiore visibilità: senza visibilità difficilmente scatta un innamoramento sportivo. Vedo quanto ha fatto ad esempio il rugby che nel giro di qualche anno proprio grazie ad un bombardamento mediatico e ad un forte investimento istituzionale si trova ad avere un bel parco atleti e molta gente che lo segue. Dovremmo passare anche noi da questo canale.

Tuttavia, lei ha appena detto che il bombardamento mediatico è connesso all’investimento istituzionale… dunque quale potrebbe essere una concreta manovra sistemica mirata ad un investimento settoriale forte?

Sicuramente dovrebbe essere un investimento settoriale centrale, dovrebbe essere la federazione a investire in progetti mirati a farsi conoscere di più. Una conoscenza capillare delle specialità! E poi la fortuna dovrebbe essere trovare personaggi atletici che fanno risultati di un certo livello che diffondano il messaggio facendo da testimonial. Negli anni ne abbiamo avuti, ma poi si sono persi. Mi verrebbe da pensare a Andrew Howe! Ad esempio noi ora abbiamo Alessia Trost, il problema è che è ancora un personaggio molto giovane ed è una ragazza timida, ma su di lei si può investire. Occorre trovare la gente giusta, molto spesso la gente si innamora di quello che vede e di quello che sente, di chi veicola il messaggio; occorre fare uno studio a monte, cosa che non so se sia mai stata fatta per il nostro sport. Comunque al di là del bombardamento mediatico, i risultati necessitano di una cultura tecnica perché di fondo è il risultato che dà visibilità.

Veniamo alla sua elezione. La Lombardia è la regione (sia elettivamente che atleticamente) più "pesante" in Italia. Dunque una maggiore responsabilità, ma anche una grande soddisfazione la sua nuova nomina! Come la sta vivendo? Quali i punti cardine del suo programma?

La sto vivendo ancora con entusiasmo, la responsabilità è grande, ma se ci si ferma alla responsabilità ci si chiude all’idea di “fare”. Mi sto buttando in cose che prima non erano state fatte: incontrare le istituzioni, avere una manifestazione molto importante a Milano che sono I campionati italiani assoluti e vedere di farla in modo che possa essere gradita alla cittadinanza ma anche alla popolazione atletica. Tutte cose che vorrei venissero fatte in modo giovane e moderno. Sto coinvolgendo un sacco di atleti giovani che possano darmi una mano, idee, io non sono giovanissima, ma vivendo sempre nel mondo dei ragazzi, mi rendo conto che le loro aspettative sono diverse e l’importante è fare qualcosa che li attiri, che li avvicini all’atletica e li faccia rimanere soprattutto.
Il brutto o il bello dello sport è che bisogna dargli molto tempo, ed è noto a tutti che lo sport è volontariato, per si arriva a livelli dirigenziali quando si ha più disponibilità di tempo, in altre parole, spesso i dirigenti sono in pensione! Per cui è diversa la mentalità rispetto ai parametri di gradevolezza di un pubblico giovane. E devo dire che soprattutto in Lombardia il nostro pubblico è molto giovane!

Infatti la Lombardia ha diverse migliaia di tesserati, segno di uno stato di salute fervido e vivace delle nostre discipline, come potenziare ancora di più i numeri del fenomeno atletico?

La Lombardia ha il 20 % dei tesserati d’Italia. Sconvolge che a livello giovanilissimo i numeri siano spropositati, gli allievi sono abbastanza, junior così e così, poi da junior all’assoluto abbiamo solo chi ha fatto dell’atletica una missione di vita. Mentre è in quella fascia che dobbiamo attirare i giovani, perché attirare esordienti e cadetti è abbastanza facile, ma noi dobbiamo riuscire a trattenerli e a fare atletica vera, dagli junior in su. Di contro abbiamo una fascia elevatissima di iscritti master, e anche lì si deve trovare un modo per allettarli ancora di più, perché i master dovrebbero essere il volano per l’atletica dei giovani. Sono quelli che ci danno la possibilità di investire! Mentre l’attività dei giovani ricade sulle società sportive.

La Lombardia vanta la società campione assoluta maschile (Atl. Riccardi Milano) e la seconda femminile (Camelot, da quest'anno rinominata Bracco Atletica). Come guarda a questo patrimonio agonistico per il prossimo futuro? Intravede leve nuove da un punto di vista societario? Che aspettative ci sono?

Noi abbiamo la fortuna e sfortuna di non avere una squadra militare in Lombardia. Fortuna perché le società di base si danno molto più da fare per riuscire a trattenere gli atleti. Sfortuna perché quando arrivano ad un certo livello, specie universitario, è molto difficile tenerli nelle società di origine, perché devono fare una scelta di vita per diventare atleti di livello, per cui noi speriamo che possano confluire in una società militare.
Avere due società così forti, ma non solo due, ci sono tante realtà… mi viene in mente dal punto di vista femminile la Bergamo 59, che è una società con un vivaio enorme di giovani, oppure  la Fanfulla Lodigiana o la Brescia 50 e la stessa storica Pro Sesto. La cosa che la federazione dovrebbe fare è non farle morire, nel senso che negli ultimi anni siamo arrivati ad un azzeramento dei contributi alle società per l’attività, se non ad altissimi livelli, e cioè a queste società grosse che vincono la super coppa, Succede che le società più grosse diventano sempre più grosse, quelle che erano il vivaio per le più grosse, quelle che danno davvero la linfa, finiscono per morire.

Cosa può essere fatto?

Una politica federale che abbia sì molta attenzione per le società militari, ma che abbia anche attenzione per le società vivaio. E’ vero che è importante che ci sia una Riccardi e una Camelot, però abbiamo visto benissimo come diventano così forti, occorre far entrare sponsor molto grandi o organizzarsi in modo tale da far entrare diversi fondi per cui possono comperare a destra e a manca, anche al di fuori della regione. Se poi diventa una multinazionale finisce per esplodere, se ci sono i soldi si riesce a fare bene, diversamente no. Invece è molto più importante che le società attingano dal territorio: mi riferisco all’aggregazione di tante piccole società per fare una società grossa. Questo è il meccanismo che guida le società in Lombardia: hanno la base piccola, dove fanno l’attività giovanile, quando poi convergono nell’attività assoluta si passa alla grande società che le gestisce, ed è un discorso correttissimo. Il problema è che si fanno strada le società grosse che poi abbiano anche una realtà tecnica in grado di sostenerle! Perché di fondo sono i tecnici a far cresce gli atleti, e su questo stiamo lavorando noi come regione. Io prima avevo un altro ruolo nel comitato regionale, quello di fiduciario tecnico, e mi sono accorta che realtà di livello ne abbiamo avute tante, ma ne abbiamo anche perse tante, perché non siamo riusciti ad arrivare lì dove c’era il talento, perché magari il talento era in province molto piccole dove non si riusciva ad arrivare. L’obiettivo nostro tecnico è arrivare nelle province dove ci sono talenti che fanno parte di piccole realtà e riuscire a coinvolgerli in più grandi realtà sociali.

Attivare circuiti di promozione validi…

E’ importante! Penso al discorso dei Poli che fa il nazionale… vorremmo usufruirne anche noi come regione e attuarli in ogni regione, in modo tale che i tecnici che hanno dei talenti che non sono ancora in grado di gestire perché sono troppo giovani, possano crescere. Perché non è certo portando via l’atleta al tecnico che si fa crescere l’atleta, è importante che l’atleta cresca assieme al tecnico che poi potrà a sua volta far crescere altri atleti. E quindi, più la cultura dei tecnici sale più sale quella degli atleti.

Veniamo alla realtà lombarda. In regione si organizzano numerosissimi progetti legati alle scuole (come Il ragazzo più veloce di Milano che ha scoperto tanti talenti della Riccardi), ma si dà grande slancio anche all'attività master (tantissime manifestazioni, la Milano City Marathon e la DeeJay Ten per esempio). Segno di una forte interazione con gli Enti di Promozione Sportiva? C’è una manifestazione cui è particolarmente legata?

A livello regionale ci sono tante gare, facciamo circa 600 manifestazioni all’anno tra strada, montagna e pista. Per quanto riguarda la strada abbiamo manifestazioni bellissime, la StraMilano la Milano City Marathon . Sarebbe bello riuscire a far fruttare questi eventi per poi fare l’attività giovanile e anche su pista, cioè fare in modo che si sposino gli eventi su strada con quelli sulla pista. Perché il discorso della pista si sta un po’ snaturando e quello della strada ha il sopravvento, e tra l’altro da noi anche la montagna. Abbiamo dei campionissimi della corsa in montagna, però alla fine alla federazione interessano soprattutto gli atleti che vanno alle olimpiadi e la percentuale in Lombardia di questi è abbastanza bassa perché gli interessi sportivi sono talmente ampi che non si riesce a mirare su un di un discorso legato più alla pista. A me piacerebbe tantissimo ad esempio il mezzofondo, e mentre dal punto di vista tecnico noi siamo di altissimo livello, nel mezzofondo sembra che noi soffriamo un po’, ma non è vero: ci sono i talenti, il problema è che i talenti vengono tirati fuori in altre attività, e alla fine il fatto di fare gare su strada finisce per snaturare il discorso della pista. Se si riuscisse ad abbinare la strada con la pista e a raccordare gli eventi enormi che vengono fatti diciamo sul benessere, sul fatto di correre per la salute, con la valorizzazione invece chi corre perché ha obiettivi agonistici elevati sarebbe il massimo. Noi adesso quando faremo i Campionati italiani assoluti avremo la 10 Km di marcia su strada, io vorrei riuscire a fare incontrare i due mondi, perché praticamente sono due cose in una. E sto già parlando con Radio Dj e la Milano Marathon… per fare qualcosa che li possa avvicinare. Ad esempio c’è un progetto bellissimo che sta facendo la Milano Marathon sulla donna, sul fatto che la maratona ha sempre una percentuale bassissima di donne.

Ecco un’altra questione annosa: l’atletica e le donne. Poca sensibilizzazione eppure grandi risultati. L'atletica al femminile in Italia ha una marcia in meno rispetto a quella maschile soprattutto sul piano numerico: ritiene vi siano delle cause strutturali o vi sono responsabilità precise della Federazione e/o del movimento dell'atletica italiana?

Se lei pensa che sono anni che i risultati migliori vengono dalle donne! Io che vivo accanto al mondo dei giovani percepisco un modo culturale di intendere la cosa. Per i ragazzi è prioritario avere dei successi sportivi, per le ragazze diventa prioritario se si ha un certo tipo di carattere, altrimenti hanno quasi paura di esporsi. E’ un meccanismo che va al di fuori dell’atletica, per esempio le ragazzine preferiscono gli sport meno impegnativi a livello personale, di esposizione della propria persona. Non è casuale infatti che dal punto di vista degli sport di squadra, come la pallavolo, c’è una presenza femminile superiore a quella maschile. Perché è uno sport che si presta molto al fatto di nascondersi nel gruppo senza fare tanta fatica!

E’ un meccanismo di genere che andrebbe sfatato…

Sì, perché le dirò che i numeri dei piccolissimi sono contrari a seconda delle categorie. Tra gli esordienti, ad esempio, le femmine sono più dei maschi, nella categoria ragazzi si bilanciano, tra i cadetti sono più le femmine, quado si arriva da cadetti a junior questi numeri si ribaltano. Rimangono sempre più i maschi e questo diventa una questione di tipo culturale. Inizialmente secondo me i maschi sono in minoranza perché a quell’età preferiscono gli sport di squadra e giocano a pallone, quando poi capiscono che nel calcio o sei un campione o non vai avanti e quindi fai più panchina, allora vengono negli sport individuali, trascinati dallo spirito agonistico che per loro natura hanno. Per le ragazze invece lo spirito agonistico naturale non esiste, glielo devi costruire e spesso glielo deve costruire lo stesso tecnico. Però ci sono pochi tecnici donne e invece in certe fasce di età sarebbe importante che ci fossero tecnici donne.
Poi invece risulta che quelle che più si impegnano, specie ad un certo livello, sono proprio le ragazze. Penso alla Trost e alla Bruni che io conosco personalmente bene, so bene il percorso fatto per arrivare a questi risultati ed è impressionante. La Bruni ad esempio viene da piccola realtà dell’entroterra, i sacrifici che lei ha fatto per raggiungere certi risultati sono enormi, perché lei abita a km da dove si allena. E questi sacrifici è più facile averli da una donna che da un uomo. La stessa Trost per arrivare a questo livello ha fatto tantissimi sacrifici, ma spinta da tanta voglia di emergere. Parliamo di due ragazze timide, ma il fatto di venire fuori attraverso l’atletica è sintomatico.

Forse viviamo un momento culturale poco premiante verso il sacrificio…

Sicuramente! Io da lombarda mi sono accorta che le donne che sono andate avanti erano donne che avevano una voglia di rivalsa personale, che le ha portate a sacrificarsi molto. Quelle che invece non avevano questo spirito di rivalsa sono arrivate ad un certo punto e poi si sono perse. Quindi è proprio un discorso legato al proprio vissuto.

Ma come ampliare la cultura e la responsabilità atletica al femminile? Per quanto riguarda il discorso di genere in ambito dirigenziale, la sua poltrona, come poche altre nel nostro paese, è un segno di rottura?

Secondo me sì, anche se già iniziano a mettermi alla prova, vengo bombardata da i “però potresti fare…”. Sono nel mondo dell’atletica da trent’anni e so che una donna viene sempre vista più debole. Quando poi si rendono conto che di aiuto non ha bisogno rimangono perplessi e questo fa paura. Ed è un senso di costante rivincita, un continuo dimostrare che sei molto di più. Un’intera vita nello sport mi ha mostrato che a parità di qualità le scelte tendono a ricadere sull’uomo, la donna deve proprio dimostrare una marcia in più. Io vivo una realtà abbastanza buona, la Lombardia non si fa problemi “maschi o femmine”, ma anch’io ho avuto difficoltà a sentirmi trattata al pari di un uomo: finché sei giovane guardano all’aspetto estetico, poi man mano negli anni diventa importante farsi accettare pariteticamente. E più gli interlocutori sono “datati” più hanno difficoltà, per i giovani fortunatamente è diverso!

Da un lato, insegnante di Educazione Fisica e docente Universitario a Scienze Motorie dell’Università Statale di Milano di Atletica e docente formatore del Ministero della Pubblica Istruzione. E, ancora, membro della Giunta Coni Regionale per la parte dei Tecnici e con il mandato sulla scuola dal 2010. Università, area tecnica, Coni, Ministero dell’Istruzione, Enti: queste variegate esperienze le hanno offerto senz’altro un punto di vista privilegiato sulle interazioni tra organi istituzionali e federazioni, enti. Trova che ci sia la giusta armonia fisiologica tra le parti? Cosa cambierebbe?

Sono enti diversi che però possono confluire l’uno nell’altro. Il mondo della scuola statale è un mondo abbastanza chiuso, che però forzatamente dovrà aprirsi per continuare ad un certo livello o verrà fagocitato dalle scuole private. Perché i genitori si preoccupano sempre di più di dare un’istruzione che dia delle certezze, cadendo nella trappola delle scuole private. Rapportando il ragionamento allo sport, va detto che io appartengo al periodo d’oro in cui la maggior parte degli insegnanti di educazione fisica diventavano tecnici di uno sport. Quindi per me è stato un passaggio naturale confluire nell’atletica, io ero al Liceo classico Carducci che era la scuola della Pro Patria, allora fortissima, tutti i campioni del territorio venivano da quella scuola! Non c’è stata molta difficoltà. Per quanto riguarda il Coni, invece, è un mondo diverso; è vero, è quello che sta al di sopra dello sport. Tuttavia, non so cosa possa dare in più di quanto può elargire attraverso delle sovvenzioni e cose del genere, perché dal punto di vista culturale c’è la scuola dello sport che dà molto, ma a volte non si cala nelle varie realtà sportive. Per cui il discorso che fa è un discorso generale, che va benissimo, soprattutto per la formazione e l’avviamento allo sport, però di contro rappresenta un mondo chiuso, molto legato alle federazioni che contano a livello nazionale, per cui, a livello territoriale, il calcio e le federazioni con numeri importanti sono quelle che contano di più. Il punto è come possono lavorare tra loro federazioni che sono mondi a parte! E’ su questo che occorre riflettere: ognuno deve fare tesoro di quanto può dare all’altro. Le federazioni devono interagire tra loro per trovare stratagemmi comuni.

E’ un dialogo ancora in fieri…

Certo, perché ognuno pensa a portare a casa più soldi come federazione dal Coni, ma manca un discorso che possa accomunare tutte le federazioni, perché è così che il Coni è stato impostato. Alla fine diventa un puzzle da incastrare in modo corretto.

Lei ha una lunga esperienza nel Settore Tecnico: nel 2012 si è chiuso il suo terzo mandato da Fiduciario Tecnico Regionale, mentre dal 2004 al 2008 è stata membro della Commissione Tecnica Nazionale. Qual è per lei il lascito più significativo di questi anni investiti nell’atletica?

Io sono molto soddisfatta del percorso che ho fatto. Il percorso tecnico è molto importante perché ti dà tutte le sfaccettature di quello che può essere lo sport. Avere esperienza della gestione, dei tecnici è importante da trasportare a livello dirigenziale. Perché spesso il dirigente rimane chiuso su determinati parametri, per cui cataloga lo sport anche da un punto di vista meno concreto. Un dirigente guarda all’organizzazione, alla società, al discorso economico, tuttavia quella che poi è la realtà vera è data dai tecnici e gli atleti. E si rischia lo scoordinamento se non si entra nelle esigenze reali dei tecnici. Durante le ultime elezioni federali nella mia regione c’è stata una spaccatura tremenda tra il gruppo tecnici e il gruppo dirigenti, perché il primo aveva moltissime rivendicazioni da fare ai dirigenti nazionali e sul territorio, accusandoli di essere distanti dalle proprie esigenze, sentendosi poco tutelati e considerati dalla federazione. Un esempio non banale è che quando un atleta va a fare gare internazionali il tecnico rimane a casa o, se ha la possibilità di seguirlo, lo fa a proprie spese e la federazione se ne disinteressa. Cose del genere per il gruppo dirigente contano poco. Quando si va a manifestazioni internazionali ci sono più dirigenti che tecnici e atleti! E questo è sintomatico.

Mentre sul piano locale?

Dal punto di vista territoriale, invece, ci si preoccupa di cercare di tirare su soldi e di avere gli atleti più forti e c’è poca attenzione alle cose più semplici: il materiale necessario, le trasferte, i progetti. Tutto questo di colpo è scoppiato, c’era un rapporto unilaterale.

Il suo percorso la rende un’interprete ideale e concreta di questa spaccatura…

Certo, anche perché mi sono ritrovata io stessa nel mio consiglio regionale, appena entrata, a prendere decisioni che io ho vissuto male nel mio trascorso e ci sono stati consiglieri in disaccordo. Faccio un esempio: le gare open. In Lombardia negli ultimi anni si è deciso che i campionati regionali non potessero essere open e non c’era verso di cambiare questa decisione. Molti nostri atleti forti sono militari e si allenano sul nostro territorio. Questi non potevano gareggiare le gare a casa loro, in quanto tesserati altrove. Io volevo far diventare le gare aperte a tutti, poi ci sono riuscita e le paure si sono rivelate infondate: non si è riversata certo tutta l’Italia sulla Lombardia, certo abbiamo avuto più affluenza, ma controllabile. Però quest’idea del “noi siamo noi e gli altri sono gli altri” è proprio un retaggio culturale dirigenziale diverso da quello che può avere un tecnico, perché un tecnico andrebbe a gareggiare dappertutto! Per gli atleti vale lo stesso: spostarsi, andare anche all’estero è occasione di misurazione e di crescita. L’idea del tecnico e dell’atleta è quella di appartenere al mondo, di essere cittadino del mondo, non del proprio paese o della propria regione.

Siamo alle ultime battute di quest’intervista. La Lombardia vanta una tradizione atletica tra le più longeve, ci ricorda qualche nome che a suo avviso ha fatto la storia atletica della sua regione!

Beh, gli ultimi che mi vengono in mente sono quelli di Alberto Cova, Marisa Masullo, Francesco Panetta….

Ci segnala qualche nome forte di oggi e magari legato a vicende umane che l’hanno colpita?

Io personalmente conosco bene Marta Milani, Nicole Cattaneo… sono persone straordinarie a livello umano. Perché hanno fatto una scelta di vita e ci credono. Nicole era stata ferma due anni per problemi fisici importanti, è tornata di nuovo quest’anno e ad altissimi livelli. Però quello che mi rimane nel cuore è Mario Scapini, questo ragazzo è passato da essere punta di diamante della federazione alla scoperta del cancro. Ha passato un periodo bruttissimo e nonostante tutto è tornato alla vitalità che aveva prima, sul campo! Dal punto di vista familiare è un privilegiato, i genitori lo hanno seguito e gli hanno dato la possibilità di fare atletica, all’università aveva voti ottimi, da lui non ci si attendeva tanta forza in una specialità come il mezzofondo. In più questa batosta micidiale… sembrava che non avrebbe più potuto riprendere a correre e invece ha vinto la sua battaglia e ritornerà.

Chiudiamo con un augurio. Come ricorda oggi i suoi esordi da sportiva l’ex lunghista della Pro Sesto e, ripensando ai suoi trascorsi da ragazza, quale invito rivolge ai giovani che si avvicinano all’atletica?

rIo ho fatto atletica fino a tardi, ho avuto un figlio a 25 anni e fino a trenta ho continuato a fare atletica, pur insegnando e pur allenando. Perché mi piaceva troppo e questa mia passione ho cercato di trasmetterla sempre ai miei atleti. E’ bello allenarsi per fare risultati propri. Io corro per migliorarmi e superare i miei limiti, questo è il messaggio. Io ho avuto la fortuna di poterlo fare per tanti anni e ricordo la mia vita agonistica e come l’ho vissuta. Le stesse difficoltà che provano i ragazzi oggi le ho avute anch’io, gli stessi tentennamenti e le stesse paure: sono stati miei. E i ricordi che ho di questo sono bellissimi. Ho avuto anche belle esperienze da tecnico, quello che ho provato su me stessa ho cercato di trasmetterlo agli altri. In primis il “non arrenderti mai” sia a livello sportivo e agonistico sia a livello dirigenziale. Io parlando sembro così sicura, ma i timori e le paure imperano, il mio pensiero va spesso ad un senso di responsabilità enorme verso la mia regione! Ma devo essere decisa e non tirarmi mai indietro. Un po’ come quando mi arrabbio quando all’arrivo dei 200 metri mollano sui quadri e io dico “ma come, sei arrivato, mancavano due quadri, se invece di morire lì morivi più avanti! Bastava spingere di più e saresti arrivato all’ultimo!”. E’ questo il messaggio per i giovani: mai guardare in basso, guardare sempre oltre, diversamente si spegnerebbero tutte le aspettative.

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