MIGIDIO BOURIFA: La maratona?

Migidio Bourifa, vincitore del Titolo di Campione d'Italia di Maratona per la quarta volta, si è confermato uno straordinario esempio di longevità atletica. A 43 anni compiuti, possiede il gran vantaggio di avere una struttura fisica leggera e biologicamente più giovane dei suoi coetanei. Il suo entusiasmo, la sua determinazione, la sua professionalità, la sua semplicità, la sua simpatia, la sua capacità di vivere fino in fondo ogni sfida...ne fanno un Campione e una splendida persona.                                                                    


                                                                     “Ti ripeti che ce la fai, ce la fai… io ce l’ho fatta”


a cura di Margherita Marrocco

 

Un doveroso ringraziamento va a Cesare Monetti, Direttore di Atleticaweek, per aver reso possibile l'intervista telefonica a Migidio Bourifa.

 

Il tuo primo sport è stato il calcio, merito di papà Tahar, allenatore della Casnighese Calcio. Come e quando è nato l'atleta Migidio Bourifa?

Giocavo a calcio nei pulcini, nella squadra allenata da mio padre; mi piaceva e volevo vincere a tutti i costi ogni partita. Ad un certo punto, mio padre capì che sarebbe stato meglio se avessi scelto uno sport individuale piuttosto che di squadra. Sin da piccolo era presente in me un aspetto agonistico, questa indole innata di voler fare sul serio le cose. Tra l’altro, in famiglia nessuno aveva praticato l’Atletica: si trattava di scoprire un mondo nuovo. Non ho iniziato prestissimo: ho scoperto l’Atletica all’età di 14-15 anni, partecipando ai Campionati Studenteschi…

 

E’ stato determinante il sostegno di tuo padre…

Sì, un papà intelligente che mi ha sempre spronato, consigliandomi: “Lascia stare, scegli uno sport individuale”.

 

Rappresenti infatti un'eccezione: è come se avessi bruciato ogni tappa per ritrovarti a vestire la maglia di un campione. Fino a 29 anni l'atletica non era ancora il tuo mestiere....

Fino a 29 anni ho fatto l’operaio a Gandino in un’azienda meccanica, conciliando la corsa con il lavoro. Tanti i sacrifici, ma sono stato contento di aver saputo affrontare ogni circostanza. Ho fatto poi un percorso da mezzofondo; non si inizia subito con la maratona! Sono riuscito ad ottenere dei bei risultati a livello tecnico anche da mezzofondista. Il primo approccio importante l’ho avuto al ritorno del servizio militare, quando sono entrato alla Snam Gas Metano. I miei personali in pista li ho fatti tutti lì con il gruppo di Genny di Napoli. Buoni i tempi: 13’51” nei 5000, 29’27” nei 10000. Oggi sarei il più forte in Italia; all’epoca in Italia erano in tanti ad andare così forte. Così, dopo aver gareggiato per diversi anni in pista sulle distanze del mezzofondo, finalmente prende il via questa avventura della maratona, giunta quasi per caso.

 

Il 10 maggio 1998 hai debuttato nella maratona di Torino: cosa ti aspettavi? Speranze e timori…

Era la mia prima maratona e la mia prima grande occasione in questa specialità: una preziosa    possibilità per concretizzare i miei sforzi e sacrifici. Certo, la paura della distanza era tanta, ma ho creduto fino in fondo in me. Sapevo di voler raggiungere dei risultati e, quello era il momento. Nonostante alcuni timori, alla fine ho affrontato la gara nel migliore dei modi, giungendo settimo in 2h15’35”. E’ stato sicuramente un importante punto di partenza. 

 

Il '98: un anno determinante, che non ti ha risparmiato amarezze. Mi riferisco al processo per doping con l’assoluzione arrivata dopo qualche mese… come lo rivivi oggi?

Quella del test antidoping fu una nota sgradevole: una cosa che proprio non mi aspettavo!  Seguirono le dovute indagini, e nel giro di qualche mese riuscii a dimostrare la mia innocenza. Un’ennesima sfida, dal sapore amaro, ma che sapevo di dover affrontare per dimostrare la persona che ero; ci sono riuscito con risultati concreti e tangibili. Ancora oggi mi chiedono di parlare della mia esperienza, in che modo l’ho vissuta e affrontata. Per me è stato un dramma personale; il mondo sembrava essermi caduto addosso. Ho sofferto, ci sono stati momenti più difficili, ma non mi sono mai arreso perché sapevo di stare nel giusto. Avrei potuto mollare tutto, ma non sarebbe stata questa la giusta soluzione per l’uomo e l’atleta Migidio. C’è chi reagisce, c’è chi molla… io ho voluto sempre prendere di petto il problema…e di ingiustizie ne ho subito anche dopo. Mi riferisco all’esclusione dalla squadra per le Olimpiadi (Pechino), a causa di scelte tecniche della Federazione o del tecnico.

 

Gli Europei 2010: hai dovuto convincere il ct Lucio Gigliotti a selezionarti per Barcellona. In che modo ci sei riuscito?

Con i risultati, un modo pratico ma efficace che non ha bisogno di troppe parole. Ho sempre avuto un rapporto ‘di scontro’ con il Prof. Gigliotti, selezionatore della nazionale italiana. Oggi, tuttavia, lo ringrazio per aver contribuito alla mia crescita, essendo stato uno stimolo costante nel fare meglio; tentava spesso di mettermi in dubbio, ma ho dimostrato poi che si sbagliava. Sono riuscito a conquistare il posto per gli Europei correndo alla Maratona di Roma in 2h12’, che rappresentava il miglior tempo in Italia in quel periodo. In seguito, a Barcellona, ho ottenuto un bel 7° posto; il Prof. Gigliotti si dovette ricredere sulle mie potenzialità perché ancora una volta erano i miei risultati a parlare. Credo di aver ripagato in pieno la possibilità che mi è stata offerta, dimostrando ancora una volta di essere all’altezza.

 

Quattro volte campione nazionale di maratona: la quarta maglia tricolore è arrivata nell'ambito della 25esima edizione della Maratona d'Italia, svoltasi a Carpi il 14 ottobre 2012, dopo quelle di Roma 2007, Treviso 2009 e Venezia 2010. Cosa ha significato e significa essere il campione italiano di maratona? E quanto ha inciso nelle tue scelte 'di vita privata'…

Per me essere campione d’Italia ha un forte valore. E’ il mio quarto titolo; è stata una gara leggermente più dura perché negli anni le primavere passano e diventa sempre più difficile confrontarsi con atleti più giovani. Ci tenevo a fare un’ottima prestazione; ho trascorso l’estate ad allenarmi, mi sono impegnato fisicamente e mentalmente, credendo fino in fondo nel raggiungimento di questo mio obiettivo. Il risultato c’è stato; dimostrazione di longevità, di un fisico integro che avrebbe potuto far discutere. Insomma, un quarto titolo per chiudere in bellezza una carriera che è già durata molto. Correrò ancora, ma non più maratone ad alto livello perché adesso è diventato davvero pesante riuscire a fare tutto: ho un lavoro, una famiglia e continuare a fare l’atleta professionista non mi permetterebbe di vivere a pieno anche la mia vita privata.

 

Chi corre la maratona sa cosa vuol dire mantenere un ritmo costante 'in solitaria' e quanto sia difficile: è quello che sembra essere accaduto a Carpi, dove hai praticamente fatto tutta la gara da solo. Puoi spiegare, a chi come me non ha mai corso una maratona, i meccanismi e i pensieri che entrano in gioco in un percorso del genere?

La gara praticamente si è sviluppata in questo modo: il mio obiettivo era vincere il titolo italiano, non mi interessava il crono. Ho adottato così una tecnica di sorpresa, nel senso che sono stato l’unico a seguire immediatamente i Keniani che correvano molto forte, prendendo un po’ di vantaggio. Ma, già al decimo chilometro ci sono stati i primi strappi degli atleti africani che hanno voluto allungare su un ritmo per me troppo elevato. Conoscendo bene il mio motore, ho preferito proseguire sul mio ritmo, facendo tutta la gara da solo. Chi è abituato a correre le maratone sa che non è facile mantenere un ritmo costante ‘in solitaria’ perché diventa difficile mantenere la concentrazione. Io pensavo al mio obiettivo, vedevo gli stacchi da dietro, se si avvicinava qualcuno; la concentrazione rimane principalmente sul ritmo, sul passo, sul fiato, sulle gambe e sul risultato che alla fine è arrivato. Poi, pensi anche all’arrivo, dove ti aspettano familiari ed amici che ti aiutano a mantenere alto lo stimolo. Ti ripeti che ce la fai, ce la fai…io ce l’ho fatta.

 

Il tuo allenatore, Massimo Magnani, ha detto di te: “Ha un fisico integro, ha sempre fatto allenamenti di qualità. Con lui, come allenatore mi sento realizzato”. Cosa s’intende per allenamenti di qualità. Che rapporto hai con il tuo allenatore?

Massimo mi ha seguito dal 1998, quando ho incominciato a correre le maratone. Ancora oggi abbiamo un bellissimo rapporto che va oltre quello che si instaura tra allenatore e atleta. Ho imparato molto da lui a livello sportivo e umano; ha favorito la mia crescita mentale, educandomi all’allenamento e alla preparazione fisica. Mi ha insegnato a gestirmi progressivamente in maniera autonoma. E’ anche grazie a lui che posso ancora vantare di avere un ‘motore’ potente. Massimo aveva capito che per restare ad alti livelli, avrei dovuto fare allenamenti di qualità, d’intensità, con ritmi elevati. Inutile fare tanti chilometri, piuttosto curare altri aspetti come l’efficienza muscolare e la forza, due caratteristiche che tendono a perdersi negli anni. 

 

                                                                                                         Continua...

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