Olympic Star: Usain Bolt

di Giorgio Cimbrico

Tre, sei, nove. La campagna per la tripla tripletta è una sonata per scarpe chiodate che picchiano sulla tastiera della pista e voce solista, quella di Usain Bolt: “I record sono grandi ma possono essere battuti, le medaglie dei Mondiali sono fantastiche ma vanno bene per il mondo dell’atletica. Le Olimpiadi sono il più grande spettacolo sulla terra e quando va in scena la finale dei 100, tutti dicono: Usain Bolt sta correndo, fermiamoci e guardiamolo”.
Da otto anni Usain è diventato re, ora parla e si comporta da bonario imperatore: la collezione di corone, scettri e globi è più o meno come quella a disposizione del pubblico che si dirige verso la Torre di Londra. La vuole allargare, lasciare un segno gigantesco: dallo spazio, l’unica opera dell’uomo visibile è la Grande Muraglia; dalle profondità del tempo, l’unica saga ricordata sarà la sua. Il Gigante che correva come un cervo, un Unicorno scuro, il protagonista di una storia che già oggi odora di leggenda. Ottant’anni fa, il poker di Jesse Owens; sessant’anni fa il tris di Bobby Morrow, che vive isolato nel suo ranch di San Benito: vicende che hanno marchiato a fuoco un’edizione. Ma oggi c’è lui, Usain prossimo ai trent’anni, con un’aspirazione di infinito e con un consigliere non troppo segreto, Glen Mills, che gli sussurra: “Chissà, se stai bene, potremmo arrivare sino a Tokyo”. Tre, sei, nove, dodici? Traguardi da nuotatore per chi sguazza sulla superficie della terra, nel vento benigno o malizioso, sotto il sole o la pioggia.
Chi lo conosce e lo segue da anni, chi ha una dimestichezza simile all’amicizia con lui e il suo mentore, dice che, tanto per fermarsi al primo capitolo, Usain vincerà i 100 e correrà molto forte, tra 9”65 e 9”68. Nella previsione vanno a confluire considerazioni storiche e tecniche: ai Giochi Bolt ha dato il meglio, 9”69 a Pechino (con mano a picchiare sul petto e sguardo all’indietro: dove siete finiti?), 9”63 a Londra. Il meglio del meglio, a dire il vero, venne a Berlino – 9”58 e 19”19 – e anche se non lo confesserebbe mai, quelli furono i giorni di un fulgore che accecava. Irripetibili. E’ diventato campione olimpico con il record del mondo (e quattro anni dopo con un quasi record), realizzando un’impresa non frequente: nella storia dei Giochi, giunta a Rio al XXXI capitolo, lo uguagliò Bob Hayes (ma quel 10”0 o 10”06 su una superficie simile a fanghiglia avrebbe meritato altra considerazione statistica), lo afferrò a tavolino Carl Lewis dopo la caduta nel pozzo dei dannati di Ben Johnson (il 9”79 appassì come un fiore di cactus, lasciando spazio a 9”92, centrato in scia dal Figlio del Vento), lo esibì in 9”84, come un’opera d’arte, Donovan Bailey vent’anni fa, in fondo a una corsa di un’eleganza ineguagliabile. Se i 100 fossero sottoposti a giudizio estetico, se esistesse una componente artistica, il trono sarebbe occupato ancora dal canadese.
L’altra considerazione è legata a quanto è avvenuto nel passato ancora abbastanza fresco: l’anno scorso, Bolt tornava a Pechino, sulla pista del primo delirio procurato al mondo, ed era un Bolt che aveva appena rimediato un doppio 9”87 londinese ma tutto sommato piuttosto dimesso. Inserendo i dati in un cervello elettronico e simulando la gara, Justin Gatlin era avanti di un metro e mezzo. Perse per un centesimo, meno di un palmo, ma perse il faccia a faccia che era stato dipinto, affrescato, scolpito, rappresentato come la lotta del Bene conto il Male, in un tornado di effettacci e effettini. “Ho preso forza da quel fallimento, sono pronto a combattere”, ha detto Justin, predecessore di Usain nella galleria dei campioni olimpici e che, nel patrimonio complessivo accumulato di chi si chinerà sui blocchi, partecipa anche con due titoli mondiali. Più che una finale sembra Fort Knox. Ma intanto i giorni della sua ultima vittoria sul Lampo hanno superato quota 1000: Roma, Golden Gala 2013.
Quest’anno Gatlin non è sceso sotto i 9”80 e Bolt è a 9”88: “Prima dell’infortunio andavo forte. Ma ora sto bene e se non ne combino una grossa in partenza… Sì, voglio dire che non ci sarà bisogno del fotofinish come a Pechino. Lui guardava il tabellone, ma intanto sapeva già di aver perso. Fai quello che sai fare e non potrai che vincere, mi dice sempre Mills. E’ proprio quello che farò perché è qui che si fa la storia”. Tre, sei, sette a Ferragosto. Per arrivare a nove, non resta che avvicinarsi ai giorni del suo trentesimo compleanno. Cade il 21, l’ultimo giorno dei Giochi.

Fonte: www.fidal.it

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